di Giacomo Conti

Le trappole procedurali che rendono definitiva anche la sanzione più ingiusta.

Ricevere un provvedimento sanzionatorio dal Garante Privacy non è solo un duro colpo al portafoglio, alla reputazione o ai processi con cui i dati sono trattati in azienda; ma è l’inizio di una sfida dove la verità dei fatti conta meno della precisione dei passi.

Il sistema di tutela previsto dal nostro ordinamento contro le sanzioni del Garante Privacy è ciò che definisco un “Mostro Ibrido” perché la materia è sostanzialmente amministrativa, il rito che la governa è civile, e la materia che applica il Garante è la protezione del dato personale che ha caratteristiche sue proprie che sono difficili da governare già fuori dal Tribunale e ancora di più in sede giudiziale. Inoltre e come se non bastasse, questo mostro ibrido presenta termini da “ghigliottina” tipici del rito super accelerato dei contratti pubblici.

In questo scenario, l’insidia procedurale può minare anche il ricorso più solido a prescindere dalle fondatezze della pretesa nel merito. Non basta, quindi, padroneggiare il GDPR; ma occorre muoversi tra le norme del GDPR, del Codice Privacy, del rito del lavoro e del Codice del Processo Amministrativo con una precisione chirurgica.

La materia si pone come un vero e proprio campo minato il minimo errore comporta la perdita definitiva del diritto a difendersi, come sanno bene gli amministrativisti.

La scelta del giusto terreno di battaglia: TAR o Tribunale Ordinario

Il primo ostacolo è sostanziale. L’istinto e il buonsenso, vorrebbero che il Giudice naturale fosse quello Amministrativo (TAR), così come per l’impugnazione delle sanzioni delle altre Autorità Indipendenti. Tuttavia, ignorare il disposto dell’Art. 152 del Codice Privacy è il primo errore fatale. La norma stabilisce, infatti, che la giurisdizione appartiene esclusivamente all’Autorità Giudiziaria Ordinaria. Sbagliare “portone” non è solo una svista accademica, ma significa vedersi dichiarare inammissibile la propria azion, per quanto fondata nel merito. Inoltre, bisogna fare attenzione alla competenza territoriale, in quanto la battaglia non si combatte necessariamente a Roma, ma davanti al Tribunale civile del luogo in cui il Titolare ha la propria sede.

La danza pericolosa del Rito del Lavoro sotto il fuoco dell’avvocatura dello Stato

Entrati nel processo, ci si scontra con il meccanismo più insidioso, ossia l’applicazione del rito del lavoro prevista dall’Art. 10 del D.Lgs. 150/2011. A differenza di quanto accade davanti al TAR, il ricorso va prima depositato in Tribunale e solo in un secondo momento notificato al Garante insieme al decreto di fissazione dell’udienza. Invertire questi passaggi o seguire le regole del civile ordinario può rivelarsi un altro errore fatale.

Il rito del lavoro non perdona e non ammette integrazioni tardive e richiede una strategia perfetta sin dal primo atto. Ma l’aspetto più brutale resta il termine ghigliottina per depositare il ricorso. Il Titolare, infatti, ha solo 30 giorni dalla comunicazione del provvedimento per depositare il ricorso in cancelleria. Se ne passano 31, la sanzione diventa definitiva, inoppugnabile e “tombale”, indipendentemente da quanto fosse ingiusta nel merito.

Inoltre, davanti al Giudice, il Garante non è solo, ma è difeso dall’Avvocatura dello Stato e solo più raramente da Avvocati del libero Foro, comunque, molto preparati. Per esperienza professionale diretta, posso dirvi che l’Avvocatura è un avversario temibile, che conosce alla perfezione ogni piega di queste dinamiche processuali e anche la materia sostanziale.

Una pallottola spuntata: inappellabilità della decisione di primo grado ed esecutività del provvedimento del Garante

Molti confidano erroneamente nel fatto che l’impugnazione sospenda il pagamento o l’ordine di blocco dei dati. È un’illusione pericolosa. Il provvedimento del Garante è immediatamente esecutivo. Per fermarlo occorre un’istanza cautelare capace di dimostrare un grave pregiudizio economico o operativo per l’impresa.

Ma la vera trappola finale è l’assenza di un paracadute, in quanto la sentenza di primo grado non è appellabile. Non esiste, infatti, un secondo giudizio di merito e, contro la decisione del Tribunale, resta solo la via stretta della Cassazione per soli motivi di legittimità. Questo trasforma il ricorso di primo grado nell’Unica freccia nel nostro arco per sgominare il mostro. Se il ricorso non è ineccepibile, nella forma e nella sostanza, la partita si chiude lì.

La Difesa Tecnica come Operazione Speciale

Impugnare una sanzione del Garante non è un esercizio teorico, ma è un’operazione speciale di estrazione dove il tempo, il terreno e l’avversario giocano contro il ricorrente. Per uscirne indenni, occorre conoscere la posizione delle mine, ossia i termini perentori e le preclusioni processuali per non farle detonare. Bisogna, altresì, sapersi muovere per schivare i proiettili procedurali dell’Avvocatura in un rito con tempi serrati e preclusioni sostanziali. Sbagliare il tempo o il passo significa veder trasformare la sanzione nella propria tomba legale, senza alcuna possibilità di rimedio in un secondo grado.

Se la vostra azienda riceve una notifica, ricordate che il cronometro parte istantaneamente. Non aspettate il 20° giorno per decidere. In questo rito, il tempo è il vostro primo nemico.

 

Scarica qui il vademecum per difenderti dalle sanzioni del Garante in giudizio: Contenzioso Privacy

Recuperare l’irrecuperabile: l’Ingegneria Giuridica applicata al recupero di asset edili infungibili

Di Giacomo Conti

Nel mercato del Real Estate e delle grandi infrastrutture, la tutela del credito non è una mera questione contabile, ma va oltre se riguarda asset aziendali infungibili la cui dispersione può provocare grandi danni all’imprenditore. Infatti, il recupero di asset industriali complessi, fra cui sistemi di ponteggio prodotti sulla base di una specifica autorizzazione ministeriale, impone una riflessione pragmatica sui limiti strutturali della tutela civile ordinaria.

Spesso, l’approccio tradizionale basato sul tradizionale recupero del credito, ossia ricorso per decreto ingiuntivo, precetto e pignoramento, si scontra con una realtà dove il tempo e la condotta del debitore giocano un ruolo distruttivo per le ragioni creditizie e rendono infruttuosa iniziative giudiziali non coordinate o isolate.

La chiusura di un cantiere è, infatti, ben più veloce rispetto ai mesi necessari per giungere al pignoramento e il rischio che questi beni vengano sottratti rischia di essere, spesso, molto elevato.

Il “Moral Hazard” del debitore alla chiusura del cantiere

Il momento di massima vulnerabilità per le ragioni creditorie coincide quasi sempre con lo smantellamento del cantiere. In questo contesto, il debitore, agendo in regime di moral hazard, può realizzare la sottrazione abusiva dei beni strumentali, anticipando i tempi di una procedura esecutiva. Ed è proprio in questi scenari che il binario civilistico classico mostra le sue fragilità più evidenti.

Il rischio per il creditore è quello di anticipare spese legali che rischia di non recuperare o, se va bene, di ottenere una mera tutela risarcitoria “per equivalente”, ossia un ristoro meramente cartolare, incapace di reintegrare prontamente il patrimonio aziendale.

Questa impasse costringe spesso le imprese ad accettare accordi transattivi penalizzanti pur di evitare l’esito incerto di un pignoramento mobiliare negativo.

La leva penale: l’art. 646 c.p. come acceleratore negoziale

Tuttavia, quando la posta in gioco è elevata, la transazione al ribasso potrebbe non essere l’opzione preferibile, ma si dovrebbe valutare di utilizzare il Codice Penale come leva negoziale per rafforzare le ragioni di tutela del credito.

La sottrazione clandestina e abusiva di beni strumentali infungibili non può essere derubricata a semplice inadempimento. Al contrario, essa integra i presupposti dell’appropriazione indebita (art. 646 c.p.) che non disciplina solamente una sanzione penale, ma rappresenta una leva operativa e contrattuale formidabile.

In primo luogo, essa consente l’attivazione del sequestro conservativo e, secondariamente, sposta il confronto dalla responsabilità limitata dell’ente alla responsabilità personale e patrimoniale degli amministratori.

La forza d’urto della Liquidazione Giudiziale

Anche la tutela penale potrebbe, però, essere insoddisfacente e potrebbe affiancarsi a un ulteriore strumento giuridico di straordinaria potenza. Questo può accadere, ad esempio, se la società si serve di prestanomi che svolgono la funzione di deflettere eventuali azioni legali dirette verso i veri amministratori di fatto.

Tuttavia, questa tutela richiede che il valore degli asset sia significativo, almeno 30Mila Euro e che i requisiti dimensionali del debitore consentano di azionare la tutela concorsuale. In questo contesto, l’istanza di liquidazione giudiziale (ex fallimento) emerge come il catalizzatore negoziale definitivo e la leva negoziale finale.

Il deposito del ricorso mette il debitore di fronte a un bivio: subire lo scrutinio degli organi della procedura sulle proprie condotte distruttive o definire immediatamente la pendenza. Il diritto concorsuale diventa così la forza d’urto necessaria per forzare una reale volontà transattiva.

Oltre la burocrazia: la visione strategica

Il successo in operazioni di questa portata non risiede nell’applicazione monolitica di una norma, ma nella capacità di coordinare l’azione civile, penale e concorsuale in un unico disegno programmato.

È questo l’approccio multidisciplinare che ci ha permesso di ottenere la restituzione integrale del materiale, il pagamento delle fatture insolute e la rifusione delle spese legali.

In definitiva, la tecnica priva di visione rimane burocrazia inefficace. È la strategia coordinata — l’Ingegneria Giuridica — l’unico strumento capace di riportare il risultato a casa.

di Giacomo Conti

L’ordine di demolizione, nell’ambito del contenzioso urbanistico-edilizio, è la più grave sanzione amministrativa prevista dall’ordinamento e, infatti, colpisce solo gli abusi edilizi più gravi.
Possono essere colpiti da ordine di demolizione gli interventi realizzati in assenza di permesso di costruire, in totale difformità o con variazioni essenziali.
L’art. 31 del testo unico edilizia, al comma 2, stabilisce che Il dirigente o il responsabile del competente ufficio comunale, accertata l’esecuzione di interventi in assenza di permesso, in totale difformità dal medesimo, ovvero con variazioni essenziali, ingiunge al proprietario e al responsabile dell’abuso la rimozione o la demolizione, indicando nel provvedimento l’area che viene acquisita di diritto al patrimonio comunale.
In base al successivo comma 3, se il responsabile dell’abuso non provvede alla demolizione e al ripristino dello stato dei luoghi nel termine di novanta giorni dall’ingiunzione, il bene e l’area di sedime, nonché quella necessaria, secondo le vigenti prescrizioni urbanistiche, alla realizzazione di opere analoghe a quelle abusive sono acquisiti di diritto gratuitamente al patrimonio del comune, ma l’area acquisita non può comunque essere superiore a dieci volte la complessiva superficie utile abusivamente costruita.
Per giurisprudenza costante, l’ordine di demolizione ha natura di sanzione amministrativa di carattere reale a contenuto ripristinatorio e si estende non solo nei confronti di chi ha realizzato originariamente l’abuso, ma anche degli eredi del soggetto che ha realizzato il manufatto abusivo.
Nel caso in cui il manufatto abusivo venga ereditato, sono pertanto gli eredi a dovere provvedere a ripristinare la legalità dello stato dei luoghi.
Secondo T.A.R., Torino, sez. II, 19/04/2023, n. 337: “La demolizione di un manufatto abusivo costituisce una sanzione reale che colpisce il bene abusivo in quanto tale; perciò, è irrogabile non solo all’autore dell’abuso, ma anche a chi, come il proprietario del bene, pur non avendo commesso la violazione, si trovi al momento dell’irrogazione in un rapporto con la res tale da assicurare la restaurazione dell’ordine giuridico violato”.
Secondo Cassazione penale , sez. III , 21/02/2023, n. 16141: “L’ordine di demolizione del manufatto abusivo, anche nell’ipotesi di acquisto dell’immobile per successione a causa di morte, conserva la sua efficacia nei confronti dell’erede del condannato, stante la preminenza dell’interesse paesaggistico e urbanistico, alla cui tutela è preordinato il provvedimento amministrativo emesso dal giudice penale, rispetto a quello privatistico, alla conservazione del manufatto, dell’avente causa del condannato”.
Anche la Cassazione penale, sez. III, 24/01/2023, n. 17399, in tema di reati edilizi, ha ritenuto che: “L’ordine di demolizione delle opere abusive, in caso di morte del condannato, deve essere notificato all’erede o al suo avente causa”. Secondo la Suprema Corte, è necessario e sufficiente che l’erede sia titolare diritto reale o personale di godimento sul bene oggetto dell’abuso edilizio, posto che soltanto colui che si trova in un rapporto di fatto o di diritto rispetto al bene può provvedere all’adempimento dell’obbligo di facere in cui si sostanzia l’ordine di demolizione“.
Nonostante l’ordine di demolizione comporti, come sanzione principale la rimozione del manufatto abusivo è vero che, al ricorrere di determinati presupposti, è possibile ripristinare la legalità attraverso un’istanza di condono piuttosto che attraverso un accertamento di conformità.
Secondo l’art. 36 del testo unico edilizia, il responsabile dell’abuso, o l’attuale proprietario dell’immobile, quale può essere un erede, possono ottenere il permesso in sanatoria se l’intervento risulti conforme alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente sia al momento della realizzazione dello stesso, sia al momento della presentazione della domanda. Ad esempio, nel caso in cui sia sopravvenuto un condono edilizio oppure nel caso in cui la natura dell’abuso sia solo formale, ossia laddove il manufatto è sprovvisto del titolo edilizio e questo potrebbe essere ottenuto attraverso l’ottenimento di un rilascio di un permesso in sanatoria.
Sul punto, merita menzione Consiglio di Stato , sez. IV , 26/04/2023 , n. 4200 secondo cui: “La realizzazione di un intervento edilizio, prima del rilascio del titolo prescritto dalla legge, ne comporta irrimediabilmente l’abusività (quantomeno quella c.d. formale), alla quale può ovviarsi con il diverso procedimento di accertamento di compatibilità urbanistica, di cui all’art. 36, d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, sempreché ne ricorrano i presupposti (della c.d. doppia conformità sostanziale); pertanto, perché si possa produrre la sospensione dell’effetto della ordinanza di demolizione, è necessario presentare una formale istanza di condono o di accertamento di conformità ai sensi dell’art. 36, d.P.R. n. 380 del 2001”.
Pertanto, in certi contesti, è possibile ripristinare la legalità anche senza dovere ottemperare all’ordine di demolizione.

di Marino Bianco

 

Le Criptovalute esistono dal 2008, anno in cui Satoshi Nakamoto lanciò il “manifesto” (whitepaper) del Bitcoin, il primo di tutte le Criptovalute. La caratteristica principale delle Criptovalute è la decentrazione, vale a dire non hanno altro governo che quello degli algoritmi di mining e della Blockchain. Sono quindi distaccate da ogni forma d’intervento della politica o di una qualche autorità centrale che rendono impossibile ogni fenomeno inflattivo.

Gli utilizzi delle criptovalute possono esseri vari, ma essenzialmente legati al valore, infatti, se i Bitcoin nei primi anni potevano essere utilizzati per acquistare beni e servizi come la moneta avente valore corrente , man mano il valore è cresciuto ha cominciato a farsi spazio l’uso di questo come strumento per speculazioni finanzarie e riserva di valore.

Ma questa crescita enorme ha avuto un effetto collaterale importante: le criptovalute sono estremamente volatili e possono perdere parte, anche importante, del loro valore nell’arco di brevissimo tempo.

Proprio questa volatilità, insieme alla decentralizzazione e al fatto che difficilmente questa possa raggiungere, almeno a breve, accettazione presso il pubblico rendono impossibile identificare le criptovalute come moneta avente valore corrente (ovvero fiat).

Con la conseguenza che, attualmente, v’è un’identificazione nell’alveo dei beni mobili immateriali alla stregua di strumenti finanziari.

Ed è proprio tale identificazione quella seguita anche dalla giurisprudenza, infatti il TAR del Lazio con la sent. 1077 del 20,01,2020 ha indicato che le criptovalute vadano indicate nel riquadro “RW” al momento della compilazione del 730  riquadro  appunto riservato agli investimenti finanziari. Ma ci sono anche pronunce da organi non giurisdizionali come ad esempio la CONSOB che hanno sottoposto le criptovalute alle regole esistenti per il mercato finanziario[1].

Questo è conseguenza del numero sempre maggiore di persone che investono e, in virtù di ciò, saranno sempre di più le controversie legali nelle quali il Bitcoin e le altre Criptovalute avranno un ruolo, anche in fase esecutiva. A riprova di ciò v’è un caso riguardante la conferibilità delle cripto nel patrimonio sociale.

Di tal caso s’è  occupato il Tribunale di Brescia, con il decreto di rigetto  7556/2018 del 18/07/2018 ad oggetto il conferimento di criptovalute in capitale sociale.

Leggendo il decreto si scoprono i motivi di tale rigetto:
In primis, il Tribunale rileva che oggetto di conferimento è  una criptovaluta presente in un unico mercato che fra l’altro è direttamente ricollegabile agli ideatori della stessa.

Altro motivo sarebbe nella difficoltà pratica del pignoramento, dal momento il livello di sicurezza tecnologia è tale da rendere impossibile l’esecuzione senza la cooperazione dell’esecutato.

Quanto decretato dal Tribunale di Brescia però ha  rilevanza limitabile esclusivamente al caso trattato, dal momento che la maggioranza degli investimenti avveiene su wallets i quali possono agire come veri e propri custodi ( cd. Custodial wallets) e riguarda delle criptovalute con un bacino di utilizzo notevolmente più esteso.

Dal punto di vista procedurare è importante citare l’art 514 cpc riguardante  le “cose mobili assolutamente impignorabili” e in questo le criptovalute non sono rintracciabili né direttamente, né indirettamente. Inoltre l’art 514 non può essere interpretato analogicamente e gli elementi in essi contenuto sono un numerus clausus, quindi non allargabile se non dal legislatore.

L’articolo 474 cpc indica come requisiti del diritto oggetto “liquidità, certezza ed esigibilità” dove per certezza ci si riferisce all’esistenza del diritto e alla sua facile identificazione, per esigibilità s’intende l’essere scevro da ogni condizione o impedimento. Per quanto riguarda ambedue gli attributi, essi possono essere presenti nel caso il diritto oggetto del titolo siano delle criptovalute dal momento che queste possono essere, nella maggior parte dei casi, liberamente convertite in euro in ogni momento.

Il requisito della liquidità, invece, afferisce alle esecuzioni con oggetto somme di danaro e richiede che queste siano individuabili “immediatamente o tramite semplice calcoli aritmetici” ed è qui che per le criptovalute possono sorgere dei problemi.

Questi possono derivare dal fatto che le criptovalute, al momento, non sono danaro e non possono esservi assimilate poiché, ai sensi dell’articolo 1277 codice civile, le obbligazioni in denaro vanno estinte mediante la moneta avente valore corrente.

Per quanto si possa escludere che la “liquidità” sussista per le criptovalute, non c’è risultato al di fuori dell’esclusione di queste dal novero delle “obbligazioni avente oggetto una somma di denaro denaro”. Per tutto il resto invece, sussistono.

Nel caso del conferimento, è il 2464 cc ad indicare che “Possono essere conferiti tutti gli elementi dell’attivo suscettibili di valutazione economica”, dictum che dà chiaramente la possibilità di conferire le criptovalute in quanto hanno valore economico e, come già detto, sono state messe, giudizialmente, sullo stesso piano degli strumenti dei mercati finanziari

Per concludere si può dire che a livello teorico, non c’è nulla che impedisca ad un creditore di agire in esecuzione sulle criptovalute così come di conferirle nel capitale sociale. Discorso diverso riguarda la praticità  di ambedue le cose, sempre a causa della volatilità. C’è il rischio che nel caso dell’esecuzione vi sia una perdita di valore tale da far perdere l’utilità dell’esecuzione stessa all’attore che ben farebbe ad azionare un sequestro conservativo.

Nel caso del conferimento questa mancanza di stabilità del valore può avere effetti nefasti sulla stabilità della società stessa.

[1]    https://www.consob.it/documents/10194/0/Articolo+su+rischi+criptovalute/10402b10-bc3b-4500-a0d4-81cec9a2db23

di Guglielmo Marchelli

La graduale introduzione del processo civile telematico, fino alla sua definitiva obbligatorietà a decorrere dal 31/12/2014 per tutti i Tribunali e 30/06/2015 per le Corti d’Appello, ha imposto agli operatori del settore l’adozione di specifici programmi per elaboratore, onde effettuare il deposito e l’estrazione, presso gli uffici competenti, degli atti giudiziari in formato elettronico.
Il sistema prevede la creazione di una cd. “busta telematica”, ovvero, di un archivio (*.enc) contenente gli atti (firmati digitalmente dal professionista) che viene crittografato con la chiave pubblica dell’ufficio giudiziario di destinazione ed inviato a mezzo PEC dall’indirizzo mittente del professionista abilitato.
É altresì previsto un sistema di consultazione dei fascicoli di causa da parte del professionista incaricato, ma anche dal cittadino o del soggetto “parte” del giudizio civile, attraverso appositi “Punti di Accesso” che prevedono un sistema di autenticazione basato su certificato rilasciato da appositi certificatori accreditati, normalmente inserito nel dispositivo di firma elettronica.
Svariate critiche si potrebbero muovere al sistema di deposito telematico anzi descritto.
In effetti, per fare un paragone con il passato, sarebbe come dire che l’avvocato (o il CTU), per depositare i propri atti, dovesse ogni volta spedire al Tribunale un plico raccomandato a/r, in luogo di recarsi personalmente in Cancelleria.
È lecito domandarsi se fosse stato più opportuno implementare il deposito degli atti mediante autenticazione sul Punto di Accesso e caricamento diretto dei file (upload) sul server ministeriale, in combinazione con strumenti tecnici di tracciatura (log), tali da consentire la riferibilità del deposito al professionista titolare del dispositivo di autenticazione e l’apposizione della data certa alla busta (es. mediante marcatura temporale della busta).
Si sarebbe potuto così evitare l’inutile consumo di risorse che oggi avviene con lo scambio di messaggi PEC di svariate decine di Megabyte fra professionista e Cancelleria (allo stato il PCT prevede ben 4 ricevute PEC, fra cui la prima che restituisce al mittente l’intero archivio .enc).
Dopo l’introduzione del processo telematico si è potuto assistere al proliferare di programmi per elaboratore più o meno avanzati, sviluppati quasi esclusivamente per il sistemi operativi MS Windows e rilasciati con licenza “closed source”.
Tali applicativi, oltre a non essere multi-piattaforma, vengono distribuiti ad un prezzo molto elevato rispetto alle funzionalità effettivamente offerte.
Molte software house produttrici hanno adottato una strategia commerciale consistente nel “fidelizzare” numerosi utenti mediante la stipula di convenzioni pluriennali con gli ordini professionali, concedendo in un primo momento il proprio software ad un importo “scontato”, per poi alzare notevolmente i prezzi e/o recedere dalla convenzione, onde imporre il proprio prezzo all’utente ormai abituato ad utilizzare quel determinato “prodotto”.
La conservazione e la gestione dei dati mediante questi programmi avviene, molto spesso, mediante formati proprietari sviluppati dalla stessa software house, con evidente rischio per la portabilità dei dati stessi (anche personali), qualora il professionista volesse migrare verso altri applicativi (cd. “lock-in”).
Certamente, non è questa la sede per sindacare la liceità o l’eticità di tali strategie commerciali (Mi limito ad osservare che l’Antitrust nel 2016 ha aperto un’istruttoria tesa ad “accertare eventuali condotte abusive che avrebbero riguardato l’intera filiera dei sistemi informatici per lo svolgimento di servizi che attengono alla funzione giudiziaria”.).
In verità, parliamo di programmi piuttosto semplici che uniscono gli schemi ministeriali per creazione ed invio telematico delle cd. “buste” a mezzo pec, con il servizio gratuito di consultazione dei fascicoli (il tutto eventualmente condito con un gestionale un po’ datato per l’amministrazione delle pratiche dello studio).
Quello che, tuttavia, è bene chiarire, è che tutti i programmi per elaboratore atti ad effettuare il deposito telematico e/o la consultazione dei fascicoli PCT, non erogano, né potrebbero erogare funzionalità e/o servizi diversi e più avanzati rispetto a quelli messi a disposizione ed implementati sul server ministeriale.
In verità, tutte le operazioni essenziali di deposito e di consultazione e di estrazione atti, possono essere effettuate gratuitamente, con la combinazione di applicativi liberamente reperibili sul web.
La consultazione e l’estrazione di “duplicati” e di copie di atti e provvedimenti dai fascicoli telematici possono essere effettuati, previa autenticazione con il proprio certificato, mediante l’accesso diretto al portale del Ministero, pst.giustizia.it (all’interno del quale sono anche elencati numerosi altri punti di accesso privati e pubblici).
Le funzionalità di deposito telematico possono invece essere effettuate mediante l’installazione dell’applicativo SLPCT (www.slpct.it): un software redattore e creatore di buste completamente gratuito, che opera in combinazione con i più diffusi client di posta elettronica.
Detto software -rilasciato con licenza “open source”- viene costantemente aggiornato con l’evolversi degli schemi ministeriali del PCT ed è liberamente installabile su tutti i computer all’interno del proprio studio.
SLPCT è perfettamente multi-piattaforma poiché è sviluppato per i principali S.O. desktop (Ms Windows, Linux, MacOS).
Non possiamo soffermarci sulla differenza fra “freeware” da un lato e “free software” / “open source” dall’altro (nelle loro svariate e sottili distinzioni), tuttavia, vorrei da ultimo sottolineare che le considerazioni che precedono non sono limitate al PCT ma possono essere estese a tutti gli strumenti software dedicati alle professioni legali.