Di Giacomo Conti

Nel talk con Alessandro Oteri di Pensiero Sicuro Network (https://www.pensierosicuronetwork.it/) ho avuto modo di riflettere, con l’ottimo intervistatore, in termini tecnici e legali sulle conseguenze civili e penali derivanti dalla scabrosa vicenda dei gruppi social “mia moglie” e “phica” a cui erano iscritti oltre 30mila utenti. È doveroso considerare inoltre che, molto probabilmente, nel web sommerso e non istituzionale siano presenti molti gruppi del genere in altre comunità che non hanno avuto lo stesso risalto mediatico anche perché più difficili da individuare e da arginare. Questo per darci un’idea della gravità del fenomeno.

Ho trovato che la vicenda non sia del tutto nuova, inedita o imprevedibile, ma che abbia molti tratti in comune con altri casi passati. Mi riferisco, in particolare, alla triste vicenda di Tiziana Cantore e al caso fapgate; vicende di oltre 10 anni fa che, però, ebbero un minore impatto mediatico. Come dice Mark Twain: “La storia non si ripete, ma rima”. Il caso fapgate, in particolare, ha visto l’esfiltrazione di foto di nudo e sessualmente esplicite derivanti da un data breach dei sistemi Apple. Posto che il caso ha riguardato principalmente celebrità oltre oceano e non persone comuni, il risalto mediatico in Italia è stato molto limitato, anche perché ci siamo probabilmente sentiti meno coinvolti nella vicenda. Ugualmente, non fu dato il giusto rilievo mediatico alla vicenda di Tiziana Cantore e ai pericoli che la condivisione dei propri dati personali comporta. Forse perché, prima del GDPR, vi era meno consapevolezza sui pericoli che la rete poneva e meno cultura in tema di cybersecurity e protezione del dato personale.

Tutte queste vicende dovrebbero farci riflettere sul valore che i nostri dati, comprese fotografie personali e video, hanno e, lungi dal darci risposte dovremmo porci le giuste domande e l’impatto che certe condotte, prese con leggerezza, potrebbero avere sulle nostre vite. Il considerando 75 all’art. 24 GDPR prevede, infatti, espressamente come rischi derivanti dal trattamento i pregiudizi alla riservatezza e la perdita di controllo dei propri dati. Questi rischi sono ancora più marcati nel caso in cui la divulgazione illecita riguardi i dati relativi alla vita sessuale della persona, che sono personali particolari o sensibili secondo la terminologia del vecchio codice privacy; e, per l’appunto, meritevoli di una particolare protezione.

Nel corso della piacevole chiacchierata abbiamo, poi, avuto modo di approfondire i profili di rilevanza penale della vicenda.

Con riferimento a queste vicende si è parlato, malamente e a sproposito, di revenge porn. Come spesso accade, il linguaggio comune non consente di abbracciare le complessità tecniche della vicenda. Il Codice penale punisce, infatti, all’art. 612 ter la “Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”, a prescindere da una finalità ultima di vendetta nei confronti della vittima.

La norma punisce con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 5.000 a euro 15.000 chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, quando questi contenuti erano destinati a rimanere privati e laddove la pubblicazione avvenga senza il consenso della vittima. Si può realizzare questo reato, dunque, anche se l’intenzione ultima era quella di fare un atto meramente goliardico senza alcuna finalità di vendetta.

In ogni caso, la giurisprudenza ha stabilito con chiarezza che ai fini della configurabilità del delitto di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti, la divulgazione può riguardare non solo immagini o video che ritraggono atti sessuali ovvero organi genitali, ma anche altre parti erogene del corpo umano in condizioni e contesti tali da evocarne la sessualità. (Cass. Pen, Sez. V, sentenza n. 14927, 22 febbraio 2023). Pertanto, si deve fare attenzione a diffondere qualsiasi contenuto che potrebbe essere considerato sessualmente esplicito, anche senza la necessità che si tratti di contenuti pornografici o di nudo.

Appurato che il cosiddetto revenge porn postula una condotta di condivisione di contenuti inizialmente privati diffusi senza autorizzazione, bisogna mettere in luce come, laddove la vittima abbia già diffuso sui social questi video in autonomia e questi siano stati poi ricondivisi, potrebbe essere integrato al più, solo il delitto di diffamazione e, come vedremo dopo, solo al ricorrere di specifiche condizioni. In questo caso, però, il reato di diffamazione si declina nella sua forma aggravata ai sensi dell’art. 595, comma 3, c.p.

Abbiamo, infatti, evidenziato nel talk come una diffusione a mezzo social network di determinati contenuti è una condotta particolarmente lesiva della reputazione visto il carattere di “piazza dalla eco infinita” dei servizi social del web 2.0. Questo è quanto ha stabilito la Cass. Pen., sez. V, 1° febbraio 2017, n. 4873 in tema di condivisione di un contenuto diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca Facebook.

Pertanto, denigrare online, commentare anche in maniera goliardica con modalità offensive e, conseguentemente, diffondere i contenuti di questi gruppi online, è ben più grave che operare un commento denigratorio, ad esempio, al bar con gli amici.

Ugualmente e per giurisprudenza costante, la diffamazione aggravata può essere integrato anche se l’autore voleva commentare il contenuto in maniera goliardica anche senza volere offendere espressamente la vittima. Per realizzare questo reato basta quello che, in gergo tecnico, viene definito dolo generico.

Bisogna, pertanto, fare molta attenzione a quello che si scrive quando si commentano e si diffondono online foto o video altrui.

Tuttavia, ci sono anche determinati comportamenti che, per quanto riprovevoli, non assumono rilevanza penale pur essendo al limite con la diffamazione.

In particolare, la giurisprudenza si è posta il problema se si potesse realizzare diffamazione anche attraverso la ricondivisione o il semplice Like di un contenuto diffamatorio condiviso da terzi, ma ha rilevato come sia diversa la condotta di creazione e diffusione del contenuto illecito da quella che si articola nell’apprezzarlo e nel condividerlo con terzi. La Suprema Corte ha ritenuto che chi ricondivide o apprezza il contenuto diffamatorio non dimostra di volerne amplificare l’effetto lesivo attraverso il proprio comportamento, ma adopera una condotta di mera adesione alla critica, senza però travalicare i limiti al diritto di critica imposti dalla continenza (V. Cass. pen. Sez. III Sent n. 19659 e Cass Pen. Sent. Sez.V., n. 3981 sel 2016).

Ugualmente e a maggior ragione, pure in assenza di precedenti specifici sul punto, non dovrebbero avere rilevanza penale la condotta di chi si limita ad aderire al gruppo o scarica il contenuto senza, però, diffonderlo, condividerlo o comunicarlo a terzi.

Il talk si è concluso con un invito a creare un mondo più consapevole e sicuro e all’invito a tenere comportamenti etici come il non fare parte di questi gruppi o a segnalarli alle piattaforme.
Mai come ora dobbiamo sviluppare una consapevolezza del nostro corpo nella sua declinazione digitale e in rete e conoscere le insidie che la rete presenta per vivere in una società migliore e protetta.

La recente vicenda ci ha fatto comprendere come la massima di Rodotà secondo cui Divenute entità disincarnate, le persone hanno sempre più bisogno di una tutela del loro «corpo elettronico»” è mai come ora attuale e come non possa esistere nessuna sicurezza senza consapevolezza.

Come sempre, grazie per l’attenzione

Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento, rinviamo ai contenuti multimediali dove è possibile reperire l’intervista integrale sul canale YouTube https://www.youtube.com/watch?v=lWzuI9ApgmU&t=4s e sul sito istituzionale di Pensiero Sicuro https://linktr.ee/pensierosicuro

Autore: Giacomo Conti

Editore: Maggioli Editore

Pubblicazione: Ottobre 2020 (I Edizione)

ISBN / EAN 8891643452 / 9788891643452

Collana: Collana Legale

 

Prefazione: Il World Wide Web come la spezia di Dune. L’estensione della conoscenza e l’annullamento dello spazio tra realtà e fantascienza. Gilde spaziali e cybermediary.

L’estensione della conoscenza e l’annullamento dello spazio tra realtà e fantascienza. Gilde spaziali e cybermediary.

Siamo nell’Universo di Dune creato da Frank Herbert nel 1965, ambientato nell’Anno Domini 10191: l’universo conosciuto è governato dall’imperatore Padishah Shaddam IV e, per l’umanità, la più preziosa e vitale sostanza dell’u-niverso è il Melange, la spezia.

La spezia allunga il corso della vita.

La spezia aumenta la conoscenza.

La spezia è essenziale per annullare lo spazio.

La potente Gilda spaziale e i suoi navigatori, che la spezia ha trasformato nel corso di oltre 4000 anni, usano il gas arancione della spezia che conferisce loro la capacità di annullare lo spazio, e cioè, di viaggiare in qualsiasi parte dell’universo senza mai muoversi.

La spezia esiste su un solo pianeta nell’intero universo conosciuto. Un arido e desolato pianeta con vasti deserti.

Il pianeta Arrakis è conosciuto anche come Dune (1).”

Senza troppa speculazione e inventiva e togliendo l’aspetto esotico che caratterizza il celeberrimo romanzo: l’umanità, correva l’anno 1989, inventava quanto più di simile esiste alla spezia, ossia la Rete. Il World Wide Web, per come noi lo conosciamo, è al pari della spezia di Frank Herbert un formidabile strumento che in poche decadi ha rivoluzionato i rapporti economici e sociali, cambiando profondamente la società in cui viviamo.

A differenza della spezia, tuttavia, è estremamente facile accedere al World Wide Web: è, infatti, sufficiente munirsi di un dispositivo collegato alla Rete e di una connessione Internet offerta dagli operatori telefonici a costi sempre più economici.

Lungi dall’esistere su un solo remoto e desolato pianeta, sempre più persone sul globo terrestre hanno accesso a questa formidabile tecnologia da cui sono sempre più dipendenti.

La Rete, al pari del Melange, assuefà chi vi si connette che ne diventa sempre più dipendente, a prescindere dal fatto che la connessione al Web sia operata per esigenze personali oppure legate allo svolgimento di un’attività di impresa.

Nell’Universo di Dune, solamente la Gilda Spaziale detiene il monopolio sul commercio della spezia e anche questo dato si presta a un’analogia con il nostro universo.

Nel nostro universo, gli intermediari digitali, al pari della Gilda Spaziale, hanno un monopolio di fatto sui servizi della società dell’informazione nell’ambito dei quali dispensano benefici, punizioni ed erogano giustizia sulla base di termini e condizioni che loro stessi hanno stabilito. Si pensi a Google per i servizi di motori di ricerca, ad Amazon per l’E-commerce o, ancora, a Microsoft per i sistemi operativi e gestionali per consumatori e imprese.

La Rete ha cancellato precedenti confini e limiti dettati dallo spazio fisico e ha costruito modalità nuove di produzione e utilizzazione della conoscenza al pari della spezia. I rapporti di produzione, distribuzione e consumo sono stati, quindi, rivoluzionati dalle fondamenta proprio grazie alla possibilità che la Rete offre di condividere informazioni, abbattere spazi e creare occasioni di contatti fra persone fisiche e fra imprese.

L’annullamento dello spazio fisico ha dato luogo ai fenomeni, in contraddizione solo apparente, di disintermediazione e di intermediazione online e ha permesso la concentrazione di un potere economico prima inimmaginabile nelle mani di pochissimi cybermediary che gestiscono piattaforme online il cui utilizzo è diventato fondamentale nelle nostre vite.

Il potere economico di cui dispongono i cybermediary, lungi dal rappresentare sempre un’opportunità per i destinatari dei servizi, può essere utilizzato abusivamente in danno agli utenti commerciali e con effetti non necessariamente benefici per i consumatori. In questo quadro di sviluppo tecnologico ed economico è entrato in crisi il ruolo tradizionale dei cybermediary: prima fornitori passivi di un servizio tecnico, ora più che mai si trovano ad avere un ruolo attivo nella gestione dei contenuti caricati e condivisi dai propri utenti.

Il cybermediary, oltre ad avere un enorme potere economico, diventa anche giudice ultimo e supremo all’interno dei servizi che gestisce e le sue decisioni incidono significativamente sulle sfere personali e professionali degli utenti che si servono dei suoi servizi.

Inoltre, la Rete ha riequilibrato il rapporto a favore del consumatore, accordandogli un potere prima inimmaginabile: condividere feedback, recensioni, valutazioni in merito alle proprie esperienze di consumo.

Come la spezia ha mutato nel fisico e nella psiche i navigatori, i servizi basati sulla Rete hanno mutato profondamente la figura stessa del consumatore che non è più un mero acquirente passivo di beni o servizi.

Si è assistito, in questo quadro complesso, alla nascita della nuova figura del prosumer digitale, che è una persona fisica sempre più informata che acquista in rete beni e servizi e che condivide, tramite i servizi della società dell’informazione, le proprie esperienze di consumo, incidendo in maniera sostanziale sull’asimmetria informativa. Lo scambio di informazioni sul Web 2.0, infatti, opera sulla base di dinamiche che si fondano su una partecipazione attiva non solo dei fornitori di servizi della società dell’informazione o degli operatori economici, ma anche dei consumatori stessi.

Si aggiunga, peraltro, che di fronte alla velocità attraverso la quale le informazioni circolano in rete il rimedio giudiziale ha perso di centralità, essendo i formalismi del processo civile e della tutela giudiziale incompatibili con la necessità di tutela e presidio immediata dell’imprenditore in rete.

Molte vertenze sono, pertanto, affidate a strumenti di Alternative Dispute Resolution che presentano vantaggi in termini di costi ed efficienza rispetto al tradizionale rimedio giudiziale o vengono gestite con sistemi che il cybermediary ha creato e plasmato. Nonostante l’introduzione del Regolamento Platform2Business, la tutela apprestata dal Regolamento (UE) 2019/1150 risulta molto più formale rispetto al quadro dettato, ad esempio, in tema di tutela e protezione del consumato-re (2) o della persona fisica nell’ambito dei trattamenti di dati personali che la riguardano, avente un’ampia, corposa e sostanziale tutela all’interno del General Data Protection Regulation (3).

Pertanto, il nuovo impianto normativo risulta indicativo della persistente scarsa sensibilità delle Istituzioni europee alle esigenze di tutela delle imprese che si trovano in posizione di dipendenza economica verso i cybermediary.

Nel nostro universo come in quello di Dune, il potere non è quindi distribuito in ugual misura e, sebbene a differenza della spezia la Rete sia accessibile agevolmente, la distribuzione del potere attraverso i servizi online ha creato un vero e proprio feudalesimo digitale.

La rete allunga il corso della vita.

La rete aumenta la conoscenza.

La rete è essenziale per annullare lo spazio.

I potenti cybermediary e i loro navigatori, che la rete ha trasformato nel corso di poche decadi, usano i servizi basati sulla rete che conferiscono loro la capacità di annullare lo spazio, e cioè, di viaggiare in qualsiasi parte dell’universo senza mai muoversi.

La rete esiste intorno a noi e siamo noi”.

Giacomo Conti

 

 

(1) Si riporta la citazione della Principessa Irulan Corrino, figlia dell’imperatore Padi-shah Shaddam IV e futura sposa del protagonista del romanzo Paul Atreided Muad’Dhib. La citazione è tratta non dal testo, ma dal film di Dune scritto e diretto da David Linch nel 1984 e basato sul celeberrimo romanzo di Frank Herbert del 1965.

(2) V. direttiva 2011/83/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 ottobre 2011, sui diritti dei consumatori, recante modifica della direttiva 93/13/CEE del Consiglio e della direttiva 1999/44/CE del Parlamento europeo e del Consiglio e che abroga la direttiva 85/577/CEE del Consiglio e la direttiva 97/7/CE del Parlamento europeo e del Consiglio.

(3) Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 aprile 2016 relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati e che abroga la direttiva 95/46/CE (Regolamento generale sulla protezione dei dati).

di Jacopo Sabbadini

Uno degli attacchi più semplici che si possono portare contro un database è sicuramente il cosiddetto SQLInjection, che consiste nel utilizzare il linguaggio SQL per accedere ai dati di un database.
Facciamo un attimo di chiarezza su cosa sia un form e come funzioni a livello di backend del database; in poche parole, il form è l’interfaccia che vede l’utente, in cui inserisce i propri dati (ad esempio nome, cognome, data di nascita, password e via discorrendo) al momento della registrazione su un sito, o al momento del login sul sito stesso. Questi dati inseriti dall’utente vengono trattati dal database ed inseriti all’interno dello stesso, utilizzando la sintassi propria del database in esame (nel nostro caso SQL per un database scritto in MySQL).
Appare immediatamente evidente un problema: come fa la macchina a distinguere nel momento in cui viene digitata una stringa nel campo del form, tra una stringa che deve inserire all’interno del database (ad esempio il nome) e un comando nel proprio linguaggio?
Qui è necessaria la corretta configurazione del form, vi sono vari tools che permettono di filtrare quanto viene scritto dall’utente, in modo tale che qualsiasi cosa scriva non verrà mai interpretata come un comando.
Se questa precauzione però non viene presa, si rende l’intero database vulnerabile ad un injection, cioè l’inserimento dall’esterno di un comando.
A titolo dimostrativo useremo una macchina virtuale appositamente costruita con questa vulnerabilità.
Iniziamo con registrare un nuovo utente, lo chiameremo Pippo, password Topolino, signature Paperino

 

Una volta creato il nostro nuovo utente, vediamo come normalmente risponde il database ad una query normale, cioè inserendo i corretti parametri per username e password

 

Come si può vedere, nulla di strano, mi viene restituito a video un riepilogo delle informazioni inserite.
Vediamo però cosa succede se cambiamo leggermente il nostro username, e aggiungiamo un ‘, cioè un apice, alla fine del nome. Se il form fosse correttamente settato, dovrebbe semplicemente restituirci un errore in quanto non esiste nessun utente con lo username Pippo’.

 

 

In realtà ci viene restituita una videata in cui ci dice che il codice che abbiamo inserito contiene un errore, nello specifico: Query: SELECT * FROM accounts WHERE username=’Pippo ” AND password=” (0) [Exception]
Questo ci fa capire che in realtà il form non era correttamente configurato, e il database va in errore in quanto il comando che gli è stato dato non era sintatticamente corretto.
A questo punto, possiamo provare a passare un comando che riconosca come sintatticamente corretto, ad esempio dicendogli di cercare tutti i campi in cui il nome utente sia Pippo, oppure di mostrare a video tutti i campi in cui una condizione che sappiamo essere sempre vera (nell’es 1=1) appaia; questa condizione sarà ovviamente vera per ogni riga del database, e questo è il risultato:

 

Andando in errore il database, stampa a video TUTTE le linee al suo interno, comprensive di username e password. Questa tecnica può essere utilizzata per carpire non solo informazioni dalle tabelle di un database, ma anche per portare ulteriori attacchi al server stesso; la prima linea che ci viene stampata è infatti un utente con username admin e password admin; si potrebbe provare a connettersi direttamente al server usando queste credenziali, per prenderne il controllo, e per iniziare un’escalation di permessi.

Per concludere quindi, sempre controllare che le interfacce utente siano correttamente settate, altrimenti il backend più sicuro al mondo può essere bypassato con estrema semplicità.

di Paolo Montali

 

Forse non tutti sanno che vi è un fenomeno crescente di creazione di pagine malevole che sfruttano il Single Sign-On (SSO) per rubare le credenziali degli utenti.
Questa forma di attacco di phishing è cresciuta con la popolarità e la semplificazione del processo di login tra i siti Web che utilizzano il Single Sign-On, sempre più ampiamente utilizzati.

Ma che cos’è il Single Sign-On?
Il Single Sign-On (SSO) è appunto un sistema per semplificare il processo di login, consentendo agli utenti di utilizzare un’unica credenziale per accedere a più applicazioni.
Il SSO non richiede all’utente di ricordare più credenziali di account diversi (ognuna per accedere ad ogni applicazione). Questo sistema consente di eliminare la necessità di introdurre userid e password per ogni applicazione durante una sessione, migliorando la user experience.
IL sistema SSO viene realizzato autenticando l’utente rispetto ad una Directory, un DB che lega lo User e le sue authority relativamente alle applicazioni a cui può accedere. Questo tipo di repository viene definito Lightweight Directory Access Protocol (più brevemente LDAP).
Google, Facebook e Twitter sono tra le applicazioni popolari che offrono sistemi SSO agli utenti.
Il sistema di SSO può anche essere esteso a servizi di terze parti. Ad esempio, molte applicazioni consentono agli utenti di accedere al proprio account utilizzando l’autenticazione di Google o Facebook.

Ma come può essere utilizzato in modo fraudolento il sistema SSO?
La disponibilità di SSO è in costante aumento tra le applicazioni, il che ha portato molti hacker a tentare di sfruttarne le potenzialità. In pratica sono state realizzate delle pagine dannose che fingono di essere le pagine di accesso di applicazioni come Dropbox o la stessa Google, Facebook o altro sito / social.
Quando gli utenti immettono le proprie credenziali, i dati vengono raccolti dalla pagina malevole anziché essere utilizzati nell’applicazione desiderata.
Prima dell’avvento del sistema di SSO, gli hacker dovevano creare una pagina separata per ogni servizio del quale volevano rubare le credenziali. Invece con il SSO possono creare un’unica pagina di phishing.

Cosa si può fare per essere più al sicuro?
Per il momento il modo migliore per proteggersi dagli attacchi di phishing SSO è di abilitare l’autenticazione a due fattori. Questo tipo di autenticazione secondaria, rende più difficile agli hacker, l’accesso al vostro account. Questo oggi sembra essere il sistema migliore che però non è comunque sicuro al 100% e a seconda di come viene implementato può essere più o meno sicuri. Tra i tanti sistemi di dual factor authentication vi sono soluzioni che utilizzano il canale SMS per ricevere i codici di validazione. Questo tipo di soluzione sconsigliare, poiché non è sicuro come altri metodi.

La Cassazione ha, in una recente pronuncia, ritenuto che integra il reato di sostituzione di persona (494 Cod. Pen.) la condotta di colui che crei ed utilizzi un account ed una casella di posta elettrica o si iscriva ad un sito e-commerce servendosi dei dati anagrafici di un diverso soggetto.

Nel caso affrontato, il soggetto sostituito era inconsapevole del fatto che il reato era stato commesso ai suoi danni per fare ricadere le conseguenze derivanti dall’inadempimento delle obbligazioni conseguenti all’avvenuto acquisto di beni mediante la partecipazione ad aste in rete o altri strumenti contrattuali.

Questa pronuncia, senza essere particolarmente innovativa, rispecchia un consolidato orientamento della Suprema Corte secondo il quale la partecipazione di un soggetto ad aste on-line con l’uso di uno pseudonimo attribuendosi falsamente le generalità di un diverso soggetto integra il reato di sostituzione di persona.

Peraltro, la creazione e l’utilizzo di account falso e la conseguente realizzazione del reato può comportare, nei casi più gravi, anche lo sfruttamento abusivo dell’immagine reale e delle sembianze di un terzo soggetto.

Sotto il profilo soggettivo, infine, il dolo specifico del reato di sostituzione di persona viene integrato quando vi è coscienza e volontà di sostituirsi a un terzo con l’ulteriore scopo di arrecare a questi un danno o di assicurarsi un vantaggio anche non necessariamente economico.

 

di Giacomo Conti